Ironia della sorte (o segno del destino inevitabile)

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Tra i motivi per i quali fino ad oggi non mi sono mai iscritta a Facebook (tanto per puntualizzare che non è che non ci sono ora, non ci sono proprio mai stata) uno è sicuramente quello di non creare l’occasione di rientrare in contatto con persone che fanno ormai parte del passato archiviato come, tanto per fare un esempio, tutti i miei compagni delle medie. Ieri mentre prendevo posto in sala per vedere The Social Network a un tratto mi sono voltata sentendomi chiamare da qualcuno con una voce vagamente familiare. Qualcuno tipo una mia compagna delle medie.

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Stamattina sono uscita e ho pensato: guarda che meraviglia. Avrei voluto poter prendere il telefono sotto quella pioggia che un po’ era già neve e chiamarti e sono sicura che ancora prima di dire pronto avresti detto ‘hai visto bimba? è bellissimo’.

Super socialize me

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Tutta questa ipersocialità un po’ cercata e un po’ imposta (mi pare che molti  di coloro che  stanno provando in questi giorni Buzz, il nuovo servizio di Google,  si stiano lamentando degli automatismi di gestione dei contatti e della difficoltà di settare le impostazioni di privacy) ha fatto venire voglia di scrivere sul blog persino a me che ci torno con la frequenza dedicata di solito alle visite ai parenti di secondo grado. La sensazione che ho avuto tornando qui credo si possa descrivere come quella che si prova chiudendosi alle spalle la porta di casa dopo una visita al centro commerciale il sabato pomeriggio (cosa della quale per fortuna conservo dei vaghi ma ancora inquietanti ricordi).

Di calzini, cravatte e altre profezie

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Riponendo i panni appena lavati mi sono resa conto di aver fatto una lavatrice piena zeppa di calzini senza averne poi estratto neanche uno spaiato: un’attenta riflessione mi ha portato a interpretarlo come un chiaro segno dell’imminente apocalisse. Ora mi chiedo: sarà un caso aver notato sui mezzi pubblici e trovato nella posta la pubblicità di questo interessantissimo ciclo di seminari proprio pochi giorni or sono? Warning: la visione di questo video è fortemente sconsigliata ai deboli di cuore, data la crudezza delle immagini e soprattutto la cravatta del presentatore.

La spintarella

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Ci sono cose che devono finire per forza prima o poi, situazioni talmente assurde e insostenibili da non aver altro possibile destino che la loro conclusione. Della fine di una queste si sta festeggiando la ricorrenza in queste ore: la caduta del muro di Berlino avvenne proprio il 9 novembre 1989  anche grazie a un nostro connazionale, il giornalista  Riccardo Ehrmann.

Una volta tanto, da chi è nato nel paese che ha fatto della spintarella una malsana abitudine, ne è stata data una della quale è giusto andare fieri.

L’angolo dell’amarcord

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Caro Patrick ti vorrei portare un saluto.  Non fraintendere: anche a me in fondo è dispiaciuto per te ma sai ho ben altri pensieri, ti prego di non prenderla sul personale.  Il saluto è quello di una ragazzina complessata che si sentiva costantemente inadeguata e si è ritrovata a sognare spesso che un giorno arrivasse davvero uno come te a tirarla fuori dal suo angolo; o meglio, uno come quel tipo  “ribelle e onesto” che hai saputo ai suoi occhi interpretare così bene.  Lei nel frattempo ha imparato che si può (e si deve) imparare a uscirne da sole da quegli angoli, però vuole farti sapere comunque una cosa: ne avrebbe portata una cassetta intera di cocomeri pur di conoscerti. E non era neanche brava in ginnastica.

Ecco, messaggio riferito. Adesso ciao.

Unisci i puntini

L’ho sempre detto che sarebbe meglio usare la matita.

La penna non si cancella, quel segno sbagliato che ti può scappare devi poi saperlo sopportare. Se tu sei come me, il tuo errore lo riguarderai e ne proverai rammarico;  forse, diversamente da me, ricalcherai gli altri tratti, quelli giusti, per poi tornare sulla strada corretta e distogliere l’attenzione.

Questa volta il percorso sembra semplice. I puntini sono lì: ordinati, tranquilli, in fila. Punti di sospensione.

Io  sto provando a  restare in equilibrio ma inizio ad essere stanca, mi affanno a saltare da uno all’altro e ogni volta il prossimo mi sembra più distante. E di matite non ne ho più.

Bisogna solo riuscire ad unirli con una linea precisa.

Pensaci tu, per favore, ché a me sta tremando la mano.